Pnrr, incassato l’85,4% delle risorse: restano aperti 169 mila interventi
L’Italia entra nella fase conclusiva del Piano nazionale di ripresa e resilienza con un avanzamento finanziario che la colloca davanti alla media dei Paesi dell’Unione e, allo stesso tempo, con una quantità di lavori ancora da chiudere che condizionerà i prossimi mesi di attività. Alla data del 1° luglio i progetti conclusi sfiorano il mezzo milione e gli obiettivi centrati sono 416 su 575, mentre le risorse già incassate dalla Commissione europea ammontano a 165,99 miliardi di euro.
Il monitoraggio realizzato dai servizi studi di Camera e Senato fissa il tasso di raggiungimento degli obiettivi italiani oltre il 72%, a fronte del 57,9% registrato dall’insieme dei Paesi europei. La distanza tra il dato finanziario e quello relativo al completamento fisico degli interventi, però, resta ampia: accanto ai progetti chiusi figurano 168.879 lavori in corso, ai quali risulta associato il 76,3% delle risorse impegnate.
Obiettivi raggiunti e risorse incassate nel confronto con la media europea
La performance italiana supera quella media europea su entrambi gli indicatori utilizzati dal monitoraggio parlamentare, cioè la quota di traguardi e obiettivi conseguiti e la quota di finanziamenti effettivamente erogati. I 165,99 miliardi già incassati corrispondono all’85,4% delle risorse assegnate al Piano e derivano dai prefinanziamenti iniziali e dalle prime nove rate versate dalla Commissione dopo la verifica dei risultati dichiarati.
Il meccanismo che regola questi versamenti spiega buona parte del vantaggio accumulato, perché le rate vengono liquidate al raggiungimento di traguardi e obiettivi concordati con Bruxelles, non alla conclusione materiale delle opere finanziate. Un Paese può quindi presentare un profilo finanziario avanzato mantenendo aperta una quota rilevante di cantieri, condizione che descrive con precisione la situazione italiana a poco più di un mese dalla scadenza fissata per la rendicontazione.
I 168.879 interventi ancora in corso e il peso delle grandi opere
La quota di lavori non ancora conclusi si concentra in misura sproporzionata sulle opere di dimensione maggiore, caratterizzate da tempi di realizzazione lunghi e da procedure amministrative che coinvolgono più livelli di governo. Le infrastrutture di trasporto, gli interventi sulle reti e i progetti che richiedono espropri o autorizzazioni ambientali seguono cronologie difficilmente comprimibili, per cui il loro completamento tende a collocarsi nella parte finale del periodo di programmazione.
Sul divario tra attività svolte e risultati registrati incide anche un fattore di natura contabile, segnalato dallo stesso monitoraggio: la spesa sostenuta dai soggetti attuatori viene inserita nella banca dati di riferimento con un ritardo che allontana la fotografia ufficiale dallo stato reale dei lavori. Una parte degli interventi classificati come in corso risulta quindi più avanzata di quanto i numeri lascino intendere, mentre la verifica puntuale di questo scarto richiederà l’allineamento delle rendicontazioni nelle settimane che precedono la chiusura.
Divari territoriali nell’attuazione tra regioni del Nord e Mezzogiorno
La velocità di completamento dei progetti varia in modo marcato lungo la penisola e restituisce una geografia che ricalca differenze strutturali nella capacità amministrativa degli enti attuatori. Il Trentino ha portato a termine il 46,4% dei progetti finanziati e la Lombardia il 40,4%, entrambi molto sopra la media nazionale ferma al 26,2%, mentre l’Emilia-Romagna ha concluso circa il 36% degli oltre 56 mila interventi previsti sul proprio territorio, quarta posizione nella graduatoria per tasso di completamento.
Nella parte bassa della classifica si collocano Campania e Sicilia, rispettivamente al 16,8% e al 16,7%, con la Liguria che rimane anch’essa sotto la soglia del 20%. Il ritardo delle regioni meridionali assume un rilievo particolare considerando la quota di risorse che il Piano ha destinato al Mezzogiorno, perché la mancata chiusura degli interventi entro i termini rischia di tradursi in una redistribuzione dei fondi verso territori con maggiore capacità di spesa. La distanza di quasi trenta punti percentuali tra le regioni più avanti e quelle in coda misura un problema di attuazione che il Piano avrebbe dovuto contribuire a ridurre.
Transizione ecologica e digitalizzazione nella destinazione delle risorse
Nella maggior parte delle regioni la quota prevalente dei finanziamenti ha sostenuto la transizione ecologica, con un ammontare complessivo vicino ai 42 miliardi di euro distribuiti tra efficientamento energetico, produzione da fonti rinnovabili, gestione delle risorse idriche e interventi sul ciclo dei rifiuti. Un volume di risorse paragonabile è confluito verso la digitalizzazione e le opere infrastrutturali, due ambiti che nel disegno del Piano dovrebbero produrre effetti sulla competitività del sistema produttivo oltre la durata del programma.
Il Veneto rappresenta un caso in cui la concentrazione settoriale risulta particolarmente leggibile, con investimenti orientati sull’alta velocità ferroviaria, sull’intermodalità e sul potenziamento delle reti regionali. Per le imprese manifatturiere insediate lungo quelle direttrici l’esito dei lavori incide sui costi logistici e sui tempi di consegna, il che spiega perché il monitoraggio dell’avanzamento venga seguito con attenzione anche dalle associazioni di categoria e dagli operatori del trasporto merci.
Rendicontazione al 31 agosto e revisione del Piano da 2,1 miliardi
La scadenza immediata è fissata al 31 agosto, termine entro il quale va completata la rendicontazione dei traguardi e degli obiettivi che compongono le richieste di pagamento ancora da presentare. Il rispetto di quel calendario determina l’erogazione delle rate residue e chiude formalmente il ciclo di verifica su cui la Commissione basa la valutazione complessiva dell’attuazione italiana.
Resta atteso il parere di Bruxelles sulla revisione del Piano, che secondo quanto indicato dal ministro per gli Affari europei, le Politiche di coesione e il Pnrr Tommaso Foti dovrebbe riguardare 2,1 miliardi di euro.
La rimodulazione consentirebbe di spostare risorse dagli interventi che non arriveranno a conclusione verso misure con maggiori probabilità di completamento, operazione che negli ultimi cicli di programmazione ha rappresentato lo strumento ordinario per evitare la restituzione dei fondi. Il passaggio dalla fase finanziaria a quella di chiusura materiale dei cantieri costituisce la prova su cui verrà misurato il risultato del Piano, perché il vantaggio accumulato sugli incassi si traduce in effetti sull’economia reale soltanto quando le opere entrano in esercizio.
